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Archivio › Fuori Binario n. 238 · Marzo 2022 › pagina 2

TECNOLOGIE

Il grande business del digitale: una giungla che cresce dovunque ci sia da guadagnare

Senza regole né limiti proliferano servizi dall'impatto preoccupante.

Gilberto Pierazzuoli · Fuori Binario n. 238, Marzo 2022, pagina 2

Lo sviluppo delle tecnologie digitali ha creato oggetti, processi, servizi gestiti da piattaforme on line in mano ai privati. Si tratta dell'offerta di servizi, di modi di produzione e di distribuzione totalmente nuovi e non regolamentati da nessuna norma. Molti di questi hanno sollevato come minimo delle perplessità se non una certa ostilità da parte di alcuni analisti. I temi più scottanti emersi sono diversi: la tendenza all'elusione fiscale, a forme di controllo del lavoro che reintroducono indirettamente il cottimo, invasione della privacy. Ma il problema non è intrinseco alle tecnologie in sé, ma al fatto che esse sono subordinate agli interessi economici dei proprietari delle piattaforme.

Facciamo un esempio. Il fenomeno Airbnb (e simili) che provoca lo svuotamento dei centri storici delle città turistiche potrebbe essere esemplificativo. La piattaforma offre un servizio semplice: permette l'incontro tra domanda e offerta nel campo degli affitti brevi prelevando una percentuale di una certa consistenza (3% dall'host e tra il 12 e il 15% dall'ospite) e così realizzando un fatturato rilevante, senza impiegare mano d'opera propria, e senza possedere o avere in affitto nessun immobile. In questo modo fa concorrenza sleale all'industria alberghiera, provoca l'allontanamento della popolazione dal centro delle città, un aumento generalizzato degli affitti e altro ancora. In realtà la cosa potrebbe invece essere utile. Permetterebbe di mettere a disposizione una offerta di accoglienza per turisti, studenti fuori sede e simili, fuori dai canali tradizionali del settore alberghiero, aprendo nello stesso tempo alla possibilità di aumentare il reddito familiare ai piccoli proprietari, anche alla famiglia che affitta o addirittura subaffitta una singola stanza del proprio appartamento. La cosa non è in sé negativa tanto che si potrebbe pensare di trasformare quell'offerta privata in un'offerta pubblica attrezzando i comuni con strutture informazionali adatte allo scopo. Si potrebbe fare lo stesso discorso su Uber provando a immaginare una piattaforma di condivisione reale tale che chi deve andare da un punto a un altro della città potrebbe condividere il percorso con altri con i quali dividere le spese.

Per quanto riguarda invece il riconoscimento facciale, ci sembra questa una tecnologia totalmente inutile e pericolosa da maneggiare. Basti pensare che una grande quantità di telefoni usano il riconoscimento facciale per lo sblocco (face unlock), in questo modo associano il mio nome con il mio viso, così come ce ne sono molti altri che si sbloccano con il riconoscimento dell'impronta digitale (altro dato biometrico). Ma a cosa servirebbero questi dati? Per ritrovare un rapinatore, un pirata della strada, un vandalo. Ma in questo caso le cose non sono così facili. La macchina è efficiente quando impara a riconoscere il tuo viso perché gli errori iniziali vengono autocorretti con il ripetersi dell'esperienza e questi errori non fanno male a nessuno. Ma se si pensa di poter riconoscere chi ha commesso un reato, l'errore avrà conseguenze molto più gravi. Ma ai padroni delle piattaforme questo non interessa, a loro basta vendere il programma.

Se parliamo invece di privacy, ogni persona dovrebbe avere diritto a degli spazi privati, ma in questo mondo, segnato da questo modo di produzione e sviluppo, essi si restringono sempre di più. Come minimo ognuno dovrebbe avere per esempio diritto al fatto che i suoi comportamenti a scuola o al lavoro non venissero usati per la patente a punti, per ricevere un prestito bancario, per un'assicurazione sulla vita etc. I dati sul mio comportamento dovrebbero essere miei e dovrei io decidere quando, come e a chi comunicarli. Si potrebbe dire che sarebbe un primo passo per mettere un freno alle nuove tecnologie. Ma così non è. La proprietà dei dati personali è invece in mano a pochi attori sul mercato, i grandi big dell'informatica, dai privati con i loro copyright, mentre i sistemi di regolamentazione del comparto, vista la novità dello stesso, sono inesistenti.

Pagina 2 del numero 238 Uscito sul numero 238 (Marzo 2022), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero