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Archivio › Fuori Binario n. 233 · Ottobre 2021 › pagina 5

CALCIO E SOCIETÀ

Borja e il Lebowsky. Una storia politica

La passione e i programmi di una squadra di calcio speciale che a Firenze sperimenta un'idea di società autogestita. Da oggi con il campione spagnolo, già alla Fiorentina.

David Ginsborg · Fuori Binario n. 233, Ottobre 2021, pagina 5

Si è parlato molto di Borja Valero questa estate, il trentaseienne calciatore spagnolo cresciuto nel Real Madrid ed approdato per la prima volta a Firenze in maglia viola nel 2012, dove ha poi chiuso la carriera a giugno scorso dopo una parentesi all'Inter. Oltre che per i suoi talenti di calciatore e per una mancanza di supponenza atipica tra i giocatori del suo livello, Borja si era già fatto conoscere a Firenze per il suo attaccamento alla città, dove lui e la sua famiglia hanno deciso di rimanere a vivere anche dopo la fine della sua carriera tra i professionisti.

La scelta di Borja

Ad agosto, Borja Valero ha firmato con il Centro Storico Lebowski (CSL, o semplicemente "il Lebowski"), squadra dilettantistica di Firenze con base a Tavarnuzze – un club che è proprietà collettiva dei suoi tifosi e autogestito come cooperativa. Attualmente, il Lebowski milita in Promozione, il sesto gradino (su nove) della piramide calcistica italiana. In Promozione, si gioca nei campi di provincia, ben lontani dai palcoscenici patinati a cui è abituato uno come Borja, che è così passato da San Siro al Campo Sportivo Ascanio Nesi di Tavarnuzze.

Della scelta di Borja Valero di venire a giocare al Lebowski ne hanno parlato un po' tutti. Nella maggior parte dei casi in termini romantici – Borja che ritorna a un calcio genuino, puramente emozionale, giocato per il gusto di giocare e di far divertire la gente, senza le pressioni dell'industria dello spettacolo che attanaglia il professionismo, senza fiumi di soldi e sponsor. E mentre c'è senza dubbio tanto di romantico in questa scelta, sarebbe un grave errore fermarsi a questa lettura. Sarebbe ancora più grave confondere questo romanticismo con una scelta nostalgica, in qualche modo orientata ai "bei tempi andati".

La storia del Lebowski

Se si guarda a che cos'è veramente il Lebowski, ci si accorge che si tratta di una realtà che non guarda assolutamente al passato e non rappresenta affatto un idillio bucolico avulso dal mondo che lo circonda. Il Lebowski guarda al futuro, e lo fa sfidando l'esistente, proponendo un modello alternativo per soddisfare i bisogni di chi ne fa parte: invece di delegare al mercato, il Lebowski propone ai propri membri l'autogestione, ovvero riappropriarsi degli strumenti che servono a prendere in mano i propri bisogni e desideri e soddisfarli, impegnandosi come comunità per farlo insieme. Qui il calcio è (anche) un mezzo e non (solo) un fine.

Per capire questo modello bisogna guardare brevemente alla storia del club. Il Centro Storico Lebowski nasce ufficialmente nel 2010, ma ha radici più profonde. Nel 2004, una sgangherata compagnia di amici adolescenti, dall'animo punk e irriverente, trova un modo di passare i propri sabati che parla direttamente alla loro indole: seguire l'AC Lebowski, altrettanto sgangherata squadra di Terza Categoria (l'ultimo gradino della piramide calcistica), messa insieme interamente tramite autofinanziamento da un'altra compagnia di amici – un po' più grandicelli – e votata allo spirito scanzonato del "Drugo" Lebowski, protagonista dell'omonimo film, ormai un classico, dei fratelli Coen, uno spirito che si rifletteva pienamente nella loro totale mancanza di vittorie.

I giovani adolescenti, spronati da qualche membro della compagnia con un po' di esperienza di stadio e una grande fascinazione per la tradizione del movimento ultras in Italia, fondano il primo gruppo di tifo organizzato del Lebowski, i Drugati, che fanno di un boccale di birra, una foglia di marijuana, e il grigio e il nero (i colori dell'AC Lebowski, i più economici sul mercato) i simboli della nuova identità condivisa, che si stanno costruendo.

Il primo Lebowski quindi già rispondeva in maniera spontanea al bisogno di aggregazione, socialità, e soprattutto identità di chi ne faceva parte. Il gruppo ultras, diventato poi il gruppo degli Ultimi Rimasti, offriva sia un modello di autogestione, sia una sponda perfetta a questi bisogni specifici, ed ha poi permesso a questa prima comunità di espandersi, attraendo e accogliendo numerosi ragazzi e ragazze dalla curva Fiesole e altrove che sfuggivano a un calcio professionistico sempre più commercializzato e militarizzato. Una "fuga" che in realtà continuava a parlare di bisogni – di calcio, di tifo, di gruppo – e del desiderio di riappropriarsi dei mezzi per soddisfarli.

Un'autogestione attenta ai bisogni delle persone

La fondazione del Centro Storico Lebowski rappresenta un salto di qualità in questo processo, la risposta alla formulazione di bisogni più complessi e ambiziosi emersi all'interno della comunità – tra i quali rientrava anche vincere finalmente qualche partita (e dimostrare, più seriamente, di offrire un modello veramente competitivo e non interamente autoreferenziale). Ma si tratta, come detto, di una risposta che la comunità dà a sé stessa, senza delegare all'esterno. Ed è una risposta che il club cerca di allargare a una comunità sempre più ampia, intervenendo nel territorio a Tavarnuzze e in San Frediano, dove il Lebowski ha partecipato alla lotta del quartiere contro la privatizzazione del giardino dei Nidiaci e dove ha aperto una scuola calcio interamente autogestita. Al centro del Lebowski c'è quindi sempre stata l'idea che se una comunità sente una necessità è lavorando insieme come collettività che può aspirare a soddisfarla, ponendosi come protagonista di una propria progettualità, senza dover delegare a qualcun altro.

Questa idea collega il Lebowski ad altri processi di riappropriazione ed autogestione dei mezzi che servono a una comunità per soddisfare i propri bisogni. Pensiamo al caso GKN, dove gli operai occupanti stanno cercando di riappropriarsi della loro fabbrica e farla lavorare senza la mediazione di un padrone, perché in quanto collettivo hanno a disposizione tutti i mezzi necessari a far funzionare l'impianto. Questa lotta è animata dal desiderio, dalla necessità, di costruire un futuro sostenibile e diverso.

Il futuro del calcio… e della nostra vita

Più che raccontarci di un calcio d'altri tempi, quindi, il passaggio di Borja Valero al Centro Storico Lebowski ci parla dell'attualità (e del futuro) dell'autogestione come forma di organizzazione, lotta, esperienza, e vita collettiva, e come sfida ai padroni – del calcio e delle fabbriche – che guardano alle comunità e ai territori come risorse da estrarre, vendere, e abbandonare. L'autogestione ha permesso al Lebowski di riappropriarsi dei mezzi per soddisfare i propri bisogni di socialità, appartenenza, tifo – e ora anche del piacere di veder giocare un fuoriclasse.

Pagina 5 del numero 233 Uscito sul numero 233 (Ottobre 2021), a pagina 5. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero