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CONTROVENTO - RITRATTI
Essere donna e nera nell'Ottocento
Jacopo Stefani · Fuori Binario n. 276, Settembre 2025, pagina 2
!Essere donna e nera nell'Ottocento
Rubrica: CONTROVENTO | Autore: Jacopo Stefani
Vita eccezionale di un'attivista afroamericana dai comizi contro la schiavitù negli USA agli studi di medicina in Europa
Le lotte per i diritti civili, capitolo moderno dell'eterno sforzo contro l'emarginazione e lo sfruttamento degli ultimi, hanno una storia più lunga di quel che comunemente si pensa. Attraverso il tempo e lo spazio risaliamo, se non alla spiritualità dei cacciatori e raccoglitori, quantomeno a quelle eresie medievali che predicavano il ritorno a un vangelo di comunione dei beni e fratellanza universale – fino agli ideali messianici dei profeti israeliti, che ancora scorrevano nel sangue del razionalissimo Marx.
Ma vi sono anche legami più sottili, fatti di ispirazioni a distanza, conoscenze casuali e incrociate, passaggi di testimone, spesso sottaciuti e sottovalutati dalla cultura ufficiale. La nostra città in molti momenti della storia è stata un punto d'incontro tra chi ha speso la vita per la giustizia e la misericordia. Certo, molti di noi conoscono la Firenze di La Pira, don Milani, Facibeni, ma pochi sanno che già nel Medioevo, accanto alle lotte fratricide fra guelfi e ghibellini, fra Comune e Comune, qui sorsero opere pioneristiche di assistenza che avrebbero ispirato per secoli figure anche internazionali. Fra le altre, possiamo ricordare due fra le più antiche istituzioni di assistenza solidale del mondo: la Misericordia di Firenze e l'Ospedale di Santa Maria Nuova – oggi ammodernato e inserito in un sempre più affannato SSN, ma all'epoca frutto delle ultime volontà del padre di Beatrice, la musa di Dante. Lo spinse a questa decisione Monna Tessa, governante di casa, che avrebbe fondato la congregazione delle Oblate, infermiere nell'ospedale per secoli.
Suor Julia Bolton Holloway, custode del "cimitero degli inglesi", di cui in questo spazio abbiamo già parlato, è fra coloro che si occupano di tenere viva la memoria di questa Firenze "altra" – forse, in realtà, quella più autentica. Recentemente mi ha raccontato una storia che ben rappresenta il potere degli ideali di fratellanza nel costruire legami a distanza: la storia di Sarah Parker Remond. Questa ragazza afroamericana nata nel 1824 in Massachusetts, quando arriva a Firenze nel 1866 aveva già una lunga vita alle spalle. Avendo avuto la fortuna di nascere libera, si era resa conto precocemente della condizione del suo popolo, e fin dai 16 anni aveva iniziato a tenere comizi e lottare in giro per gli States, fino a diventare un membro dell'American Anti-Slavery Society. Poi, durante la Guerra Civile, si era recata in Inghilterra, dove aveva condotto campagne per procurare agli Stati del nord finanziamenti da parte britannica.
Qui la Remond frequentò il Bedford College e l'All Saints University College Hospital, e conobbe, fra gli altri, Giuseppe Mazzini, che le scrisse una lettera di presentazione quando decise di partire per l'Italia per studiare ostetricia. Fu così che Sarah arrivò a Firenze, dove, anche grazie alla raccomandazione di Mazzini, poté studiare proprio all'Ospedale di Santa Maria Nuova, fondato così tanto tempo prima per insistenza della popolana Monna Tessa. Ritroviamo così due "ultime" della storia, capaci a distanza di secoli, come in un dialogo mai del tutto interrotto, di passarsi il testimone e, dandosi la mano, realizzare piccoli miracoli. Perché proprio a Santa Maria Nuova e presso lo "spedale" degli Innocenti – un altro istituto di carità fondato nel tardo medioevo e faro in Europa – Remond avrebbe completato gli studi e praticato la professione per molti anni. Non solo, sarebbe stata anche socia, insieme a Dostoevskij, John Ruskin e Robert Browning, del Gabinetto Vieusseux. Provate a immaginare il coraggio di una tale emancipazione, in quell'epoca, per una donna afroamericana, in un continente a lei estraneo!
Oggi Remond riposa al Cimitero Acattolico di Roma, ma nel nostro "Cimitero degli Inglesi" è possibile visitare le tombe di molti personaggi di levatura internazionale che qui hanno incrociato il suo cammino: Elizabeth Barrett Browning, grande scrittrice e abolizionista, discendente di una schiava giamaicana; Frances Trollope, scrittrice inglese che si recò negli Stati Uniti per lottare contro la schiavitù, scrivendo il primo romanzo abolizionista della storia; Richard Hildreth, autore di un romanzo che, insieme a quello di Trollope, anticipa e ispira "La capanna dello zio Tom"; il grande predicatore abolizionista di Boston, Theodore Parker, costretto a tenere sul pulpito la pistola perché costantemente braccato dai procacciatori di schiavi; e altri ancora, che qui non potremmo ricordare in modo appropriato.
Queste persone sono parte di una genealogia che connette a distanza, come in una catena aurea, i tanti sacrifici che donne e uomini in ogni epoca hanno fatto per restituire alla nostra comune umanità una storia che sembra altrimenti dominata dalla legge del più forte.
Oggi come allora, immagino il loro sforzo come quello calviniano di "cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio". Vale la pena ricordarli, casomai anche noi, in quest'epoca di nuovo caos, potessimo esserne, a modo nostro, eredi.
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Uscito sul numero 276 (Settembre 2025), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
