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ATTUALITÀ
Marchi irresponsabili
Deborah Lucchetti · Fuori Binario n. 268, Dicembre 2024, pagina 3
!Attualità moda
Autore: Deborah Lucchetti | Coordinatrice Campagna Abiti Puliti per Fuori Binario
Dietro le grandi firme caporalato e lavoro irregolare mentre il settore moda è in crisi in tutto il mondo
Da settimane la moda occupa la cronaca politica della stampa. Da una parte, operai e operaie dell'intero settore tessile toscano composto da 110mila occupati, sono scesi in piazza lo scorso 12 novembre con le federazioni dei sindacati tessili e metalmeccanici per chiedere più ammortizzatori sociali e più commesse, in netto calo da due anni, per tutelare i livelli occupazionali e non sprofondare ulteriormente in una crisi che pare senza fine.
In parallelo ci sono gli operai da mesi in lotta a causa delle condizioni di lavoro para-schiavistiche nelle fabbriche di Prato, il cuore produttivo tessile d'Europa con quasi 7mila aziende di cui circa la metà a conduzione cinese. Vengono dal Pakistan, dal Bangladesh, da diversi paesi dell'Africa e lavorano anche 12 ore al giorno per paghe da fame, nella miriade di piccole e piccolissime imprese del macrolotto pratese o della piana alle porte di Firenze, al servizio del pronto moda e del lusso mondiale. Niente diritti, contratti, ferie o malattia oltre a minacce, mobbing e anche violenza, se provano ad organizzarsi. Sono i lavoratori del movimento "8x5" coordinato dal Sudd Cobas, sindacato di base combattivo che ha messo al centro della sua azione sindacale l'organizzazione dei lavoratori più vulnerabili della filiera degli appalti.
Il mondo di sopra e il mondo di sotto, pezzi delle stesse filiere globali che la narrazione prevalente cerca di non collegare, specialmente quando si parla di made in Italy.
Secondo gli ultimi rapporti di McKinsey sullo stato dell'industria della moda nel mondo, la parola d'ordine è incertezza, per le tensioni geopolitiche, le economie indebolite e consumatori sempre più inclini al risparmio. In cima alle preoccupazioni dei manager ci sono i tassi di crescita rallentati e la vulnerabilità delle filiere, messe a rischio anche dalla crisi climatica (oltre 65 miliardi di dollari di esportazioni di abbigliamento potrebbero essere spazzati via da eventi climatici estremi). Eppure la sostenibilità perde terreno, mentre le imprese scommettono sui silver spenders, cioè gli over 50 in costante aumento e gli unici, a parte i super ricchi, in grado di viaggiare, di spendere e di nutrire le grandi aspettative riposte dai brand della moda, proprio sul rilancio del turismo e dei viaggi, tornati a livelli pre-pandemia.
Se però lasciamo le lenti del mercato, i numeri fanno spazio a persone, con bisogni e diritti negati. La pandemia prima, poi le guerre con i livelli conseguenti di instabilità politica, hanno colpito a più riprese le catene globali di fornitura (di cui il distretto toscano è parte integrante) ma le grandi imprese hanno reagito, anteponendo al galateo della condotta responsabile d'impresa gli interessi dei loro azionisti, congelando ordini e pagamenti ai fornitori che hanno scaricato i problemi sulle operaie. Sono ancora migliaia quelle che attendono stipendi e TFR, mai pagati a seguito dei licenziamenti per Covid19, e molte di più quelle tornate al lavoro con meno diritti e salario. Alla ripresa, i marchi hanno imposto prezzi di acquisto ancora più bassi, costringendo i fornitori ad accettare commesse a condizioni commerciali capestro, pur di restare sul mercato. Nel frattempo, in molti casi, le imprese hanno modificato le strategie di esternalizzazione dei prodotti, messe a rischio da traiettorie logistiche troppo esposte alle perturbazioni internazionali, cercando di avvicinare e accorciare le filiere, alla ricerca di maggiori risparmi e di più sicurezza. Questi processi di rilocalizzazione e, talvolta, di reinternalizzazione non sono indolori e generano grande instabilità nella miriade di fornitori ritenuti oggi meno strategici o meno competitivi. Così, ad esempio, capita che Selezione, fornitore rumeno di marchi del lusso come Gucci, Dior e Tods, dopo l'aumento del salario minimo nel 2023, chiuda i battenti, lasciando a casa almeno 150 operaie per assenza di commesse. Secondo il sindacato UNICONF è solo uno dei tanti casi di aziende che chiudono, lasciando i lavoratori senza lavoro e senza protezione sociale, perché ormai la Romania non è più competitiva.
L'Italia invece resta uno dei poli produttivi più importanti, sia per le produzioni di alta gamma che per il pronto moda. Il motivo? La sua grande vocazione manifatturiera, unita a bassi salari e flessibilità, proprio in virtù della innominabile contiguità del mondo di sopra con quello, irregolare, di sotto. Le indagini della Procura di Milano, che ha posto in amministrazione controllata icone del lusso mondiale come Armani e Dior per uso di caporalato e sfruttamento di manodopera irregolare tramite il subappalto, sono la punta dell'iceberg di un sistema di violazioni sistematiche che le imprese non sono state in grado di prevenire e arginare. Esattamente ciò cui invece le obbligherà la nuova direttiva europea sulla dovuta diligenza in materia di diritti umani e dell'ambiente, frutto di anni di campagne della società civile internazionale. La cruda realtà rivelata delle inchieste di Milano e dai lavoratori immigrati in lotta, mette in luce una verità scomoda che aiuta ad unire i puntini di una crisi valoriale, prima ancora che industriale e occupazionale. La sua soluzione non è nel mercato ma in un cambio di paradigma che metta al centro la giusta transizione ecologica, una rinnovata stagione regolatoria e la capacità trasformatrice dei lavoratori e delle lavoratrici.
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Uscito sul numero 268 (Dicembre 2024), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
