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DIRITTO ALL'ABITARE

Incubo residenza

Stefano Gallo · Fuori Binario n. 250, Aprile 2023, pagina 3

!Diritto all'abitare

Rubrica: Diritto all'abitare | Autore: Stefano Gallo

Solo quando ti manca capisci quanto serve. Ma concederla o meno è un metodo di selezione

Per chi non ci è passato è difficile da spiegare. Credo che l'immagine giusta per capire il problema della residenza sia quella dell'aria che si respira. Fino a che l'aria non ti manca, non ti accorgi neanche che ci sia. Quando però ti manca ti rendi conto di quanto sia importante. Con un po' di esagerazione, la residenza è come l'aria. Solo quando non ce l'hai capisci quanto sia utile: per avere un medico di base, per accedere alle graduatorie delle case popolari, per chiedere i contributi all'affitto, e molte altre cose.

Ma in fondo cos'è questa residenza e com'è possibile che qualcuno non la abbia? Sappiamo che il territorio italiano è diviso in tante, tantissime amministrazioni comunali, non c'è un palmo di terra che non appartenga a questo o a quel Municipio. Quando si vive in un posto per tanto tempo, si deve chiedere agli uffici del Comune di venire iscritti nel registro della popolazione, in modo da risultare come cittadini ufficiali di quel Comune. Questa iscrizione è il riconoscimento burocratico di far parte di una comunità locale e di poter accedere a una serie di servizi rivolti a quella comunità e non a un'altra: chi è residente a Firenze non può chiedere il medico di base a Lucca, né far domanda ai servizi sociali di Bologna.

Il meccanismo appare banale, ma il problema è che i Comuni italiani, a volte seguendo leggi dello Stato altre volte inventandosi disposizioni di sana pianta, rendono spesso impossibile ciò che dovrebbe essere banale. I senza dimora per esempio, che pure secondo le indicazioni dell'Istat potrebbero fissare la residenza anche su una panchina o sotto un ponte, devono fare una trafila particolarmente complessa e umiliante: a Firenze per avere la residenza fittizia in Via del Leone 35, presso il Centro La Fenice, si passa dal giudizio dei servizi sociali e si è costretti a presentarsi agli uffici una volta al mese. Ai cittadini stranieri vengono spesso chiesti documenti e garanzie aggiuntive, difficili da produrre. Chi vive in una casa occupata non può prendere la residenza nella casa dove abita, ma deve seguire la trafila dei senza dimora.

Perché succede questo? La risposta non è facile. È chiaro che quello che dovrebbe essere un semplice atto di registrazione diventa invece un filtro che discrimina cittadini di serie A e cittadini di serie B. Il senza fissa dimora, lo straniero, l'occupante, invece di essere inquadrati nella categoria di persone cui prestare una maggiore attenzione e cura, vengono messi ai margini della cittadinanza, esclusi da diritti fondamentali. La burocrazia in Italia è spesso classista: forte con i deboli e debole con i forti. Forse non solo in Italia è così, ma il meccanismo della residenza è tipicamente italiano, in pochi altri stati c'è qualcosa di equivalente.

È possibile però pretendere che non sia più così: in molte città ci sono movimenti per chiedere che l'accesso ai diritti non sia reso più difficile a chi invece ne avrebbe più bisogno. Il primo interlocutore è il Comune, che ha gli strumenti per rendere meno vessatoria e complicata l'iscrizione alla residenza per chi vive sul territorio. Il secondo interlocutore è lo Stato, perché vengano abrogate disposizioni inique come il famigerato articolo 5 del decreto Lupi (decreto legge 47/2014 o Piano casa) che impedisce l'accesso alla residenza per chi vive in abitazioni occupate.

I problemi legati alla residenza non sono recenti e risalgono addirittura a prima dell'Unità d'Italia. A Milano, nella prima metà dell'800, ogni richiesta di iscrizione all'anagrafe veniva vagliata dall'Imperiale Regio Ufficio dell'Ordine Pubblico che verificava la condotta morale e politica del richiedente. Si sceglievano i membri in base a una valutazione poliziesca: poveri, delinquenti o sovversivi non erano i benvenuti.

Dopo l'Unità d'Italia le cose cambiano, ma non troppo. Per motivi statistici si prova a regolare il sistema delle iscrizioni sulla base della sola volontà dei cittadini, ma da subito si iniziano a legare prestazioni assistenziali alla residenza. Per esempio il "domicilio di soccorso", secondo cui le rette dei ricoveri ospedalieri dei poveri erano a carico dei Comuni in cui avevano la residenza. Il principio era buono, ma quando una persona senza mezzi si spostava in una nuova località, gli uffici facevano molta resistenza prima di iscriverlo nei registri, per non rischiare di vedersi arrivare conti salati in caso di malattia.

Il culmine si raggiunse però durante il fascismo. Negli anni Trenta, con la disoccupazione alle stelle, gli uffici di collocamento che potevano distribuire ai disoccupati le occasioni di lavoro vennero riservati ai soli residenti, mentre l'iscrizione all'anagrafe era consentita solo a chi aveva un lavoro. Chi si spostava dalle campagne alle città per cercare lavoro poteva ottenere la residenza solo se dimostrava di essere già occupato, ma non poteva ottenere un lavoro regolare se non era residente. Un circolo vizioso che spingeva i più bisognosi nell'illegalità e creava occasioni di corruzione e ricatto.

Questa situazione rimase anche dopo la caduta del fascismo. Alla fine degli anni Cinquanta si crearono associazioni e comitati di quartiere per il diritto alla residenza e finalmente nel 1961 queste disposizioni furono abolite. Anche oggi le lotte di associazioni di cittadini stranieri e dei movimenti di lotta per la casa rivendicano il diritto all'iscrizione anagrafica: un diritto per avere diritti.

Per approfondire: La residenza contesa, a cura di Michele Colucci, Stefano Gallo ed Enrico Gargiulo, Bologna, il Mulino 2022 Enrico Gargiulo, (Senza) residenza. L'anagrafe tra selezione e controllo, Torino, Eris 2022

Pagina 3 del numero 250 Uscito sul numero 250 (Aprile 2023), a pagina 3. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero