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Archivio › Fuori Binario n. 244 · Ottobre 2022 › pagina 2

CONTROVENTO

Il genio, la rabbia

Maremmano spiantato nella Milano da bere, fuori posto ovunque, moralista anarchico, visse e scrisse con frenesia e inquietudine: da leggere e rileggere a cent'anni dalla nascita

Laura Bardelli · Fuori Binario n. 244, Ottobre 2022, pagina 2

La breve miccia con cui Luciano Bianciardi (classe 1922, come Pasolini, Meneghello, Fenoglio, Kerouac ma anche Gassmann e Tognazzi) accende una carriera letteraria corrosiva e consuma la sua esistenza, brucia nello stretto giro di tre cocktail esplosivi.

Il primo, quello a base di grisù e fatale inadempienza, confezionato da Madre Terra con il colpevole concorso della Montecatini, proprietaria di gran parte delle miniere maremmane, deflagra nelle gallerie di Ribolla il 4 maggio del 1954, portandosi via le vite di quarantatré minatori.

Il secondo è quello dosato dal protagonista della Vita agra, il quale, sostando presso la sede milanese dell'azienda, si chiede dove «inserire un tubo flessibile ma resistente per farci poi affluire il metano, tanto metano da saturare tutto il torracchione; metano miscelato con aria in proporzioni fra il sei e il sedici per cento. Tanto ce ne vuole perché diventi grisù [...]». Ma il contrappasso fra alchemico ed anarchico da cui sprigiona lo stesso gas che ha asfissiato gli operai maremmani, non prevede alcuna espiazione né ansia di redenzione da parte del protagonista che, salendo dalle viscere infernali della miniera alla vetta tutt'altro che edenica del «torracchione di vetro e cemento» alimenta, nell'atto mancato della favoleggiata esplosione, un ben più micidiale miscuglio di rabbia, impotenza, senso di colpa.

Ingredienti che, sciolti nell'alcool a quaranta gradi della grappa (ma più tardi anche whisky, per il provinciale improvvisamente celebre che si muove un po' goffo in quella che negli anni Ottanta diventerà la "Milano da bere"), sono alla base dell'ultimo dei tre cocktail di cui sopra, quello con il quale lo scrittore pone sistematicamente fine alla propria vita, fra colpi di tosse che neppure più lo sciroppo alla codeina riesce a placare, né le note del suo violoncello.

Le opere che scandiscono questo percorso di rabbia implosiva e generosa passione civile sono anch'esse tre, e vanno dall'inchiesta scritta a quattro mani con Cassola sui minatori della maremma nel 1956 alla Vita agra, capolavoro milanese del 1962 la cui gestazione è tuttavia condotta nei precedenti capitoli della sua autobiografia (Il lavoro culturale e L'integrazione); fino alla fuga nel mito risorgimentale di Aprire il fuoco, il romanzo ucronico con cui Bianciardi sperimenta un'altra miscela, quella data dall'audace commistione fra il tempo delle Cinque giornate del 1848 ed il presente.

Da quel maggio del 1954, quando va in su e giù fra Grosseto e Roma, incapace di decidersi a lasciare moglie, figlio, terra (ma ha già conosciuto quella che sarà la compagna di una vita, Maria Jatosti, e a breve riceverà la chiamata da Feltrinelli), fino alla sera del 26 ottobre 1971, quando approda semicosciente su un'ambulanza della Croce Rossa al San Carlo di Milano, l'esistenza di questo scrittore di razza, generoso e arrabbiato, si pone sotto l'insegna di una fuga che lo vedrà ovunque sradicato e scontento. Normalista (si era laureato con una tesi su John Dewey, seguendo un corso per reduci di guerra), militante del Partito d'Azione, bibliotecario per caso (sua l'idea del Bibliobus), appassionato studioso di storia risorgimentale, traduttore a cottimo dall'inglese (Arthur Miller, di cui affronta i Tropici nel '61, cambierà per sempre la sua scrittura), che aveva imparato risalendo la penisola con un battaglione di americani dopo l'8 settembre del '43, Bianciardi lascia infine la città natale per Milano portandosi i morti di Ribolla nel cuore. Non sarà mai a suo agio nella tacchettante capitale lombarda, che pure gli entra nelle fibre, ed è proprio l'inatteso successo della Vita agra, amaro controcanto d'amore per la città, a far implodere le contraddizioni di quest'uomo che da anni si muove come un funambolo triste fra due mondi senza sentirsi allineato a nessuno di essi, scavato da contraddizioni ed equivoci anche sul piano biografico (per anni conduce una doppia vita).

Quando il mondo che ha voluto colpire gli si rivela in apparenza amico, aprendogli i suoi salotti e corteggiandolo con insistenza, la rabbia di Bianciardi perde il suo focus, il filo teso sul vuoto vacilla, si infrange il binomio polemico e a tratti ingenuo che vede, semplificando, la campagna portatrice di valori umani contro la città malata, asfittica, ostile. Il suo personalissimo mito maremmano, già riveduto e corretto in senso anti-oleografico (depurato da Fucini, butteri, cinghiali ed Etruschi) diventa fatalmente uno specchio rotto, i cui frammenti non soltanto non si possono più riconoscere né concorrono a delineare un'immagine leggibile, ma penetrano pure nella carne viva, facendola sanguinare.

«Fuor di baricentro come un misirizzi sottoposto a tensione centrifuga», è infine a Milano che si rivolge per lasciarsi morire, dopo gli ultimi, amari ritorni a Grosseto/Kansas City, in testa un libro che doveva chiamarsi La distonia; postumo esce invece l'omaggio all'eroe indiscusso, Garibaldi (1972).

Questo grande "moralista" del nostro Novecento, animato da una scrittura scoppiettante, ironica, colta e popolare insieme, di impasto assolutamente unico e geniale, da una vis polemica che si commuove davanti all'ingiustizia, da uno sguardo lucido e profetico, attende ancora di trovare il posto che gli spetta nei manuali scolastici (dove è troppo raramente citato) e sugli scaffali delle nostre librerie.

(Per una biografia dello scrittore si veda Pino Corrias, Vita agra di un anarchico*, Milano, Feltrinelli, 1993; le sue opere si leggono in Luciano Bianciardi,* Il cattivo profeta*, Milano, Il Saggiatore, 2018, volume da cui sono tratte le citazioni).*

Pagina 2 del numero 244 Uscito sul numero 244 (Ottobre 2022), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero