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CONTRO I FASCISMI
I soldati pellerossa che liberarono l'Italia
Gli eroi "invisibili" della Campagna d'Italia raccontati dal saggio storico di Matteo Incerti.
Mosè Carrara Sutour · Fuori Binario n. 233, Ottobre 2021, pagina 2
Se - come amava ripetere il linguista Max Weinreich, citando un insegnante ebreo del Bronx - "una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta", la storia del dominio tra popoli ha le sue anomalie "funzionali". Qual è il confine tra dialetto e lingua? Dove collocarlo? Mentre la prima domanda non si pone sul piano scientifico (non è questione di struttura interna, ma di scelte politiche), il dove si situa esattamente al limite tra cittadino e selvaggio. Stati Uniti e Canada basano il principio di cittadinanza sullo ius soli, eppure entrambi i Paesi riconobbero ai nativi - che da secoli abitavano i futuri territori nazionali - il diritto di voto solo negli anni Sessanta.
I due conflitti mondiali fanno da scenario al paradosso del "dialetto con l'esercito": lingue disconosciute - le stesse che in patria si volevano cancellare, internando i bambini nativi nei collegi (oltre 350 solo negli Usa) e nelle scuole residenziali canadesi - si riveleranno, insieme ai corpi e alle abilità individuali dei parlanti, strumenti strategici indispensabili. "Code talkers", che comunicavano messaggi cifrati via cavo o via radio in lingua nativa, ma anche esploratori e tiratori scelti furono protagonisti silenziosi della Campagna d'Italia (1943-1945).
Quanto pesa la Storia sulle singole vite? Quanto ha influito combattere per la liberazione di un altro Paese sulle scelte future dei veterani?
Troviamo risposta nel saggio storico di Matteo Incerti "I pellerossa che liberarono l'Italia" (Corsiero, 2020). Raccogliendo il suggerimento di un veterano incontrato in Arizona, l'Autore tesse i fili di un racconto che, attraverso la documentazione ufficiale e i diari di guerra di oltre 150 soldati, ci restituisce, da una prospettiva diversa, la topografia delle battaglie che segnarono l'Italia da Sud fin oltre la Linea Gotica: lo sbarco in Sicilia, Agira e Salerno; poi, lungo la Linea Gustav, Ortona (sconvolta da una battaglia urbana combattuta casa per casa) e Cassino; e ancora, liberata Roma, Coriano, Ravenna, Villanova di Bagnacavallo, gli scontri cruenti nei fanghi di Romagna tra l'autunno del '44 e la primavera del '45. Incerti si concentra sui nativi canadesi, che erano tutti volontari. Giovanissimi (molti caddero sul campo e sono sepolti nei cimiteri militari del Commonwealth), cercavano qualcosa di diverso dalla "gloria". Al ritorno in Canada, si sarebbero impegnati nelle battaglie per i diritti civili, diventando portavoce delle comunità native di appartenenza. Le storie individuali raccolte sono rivelatrici per comprendere la ricerca di riconoscimento come fatto esistenziale, l'essere accettati per ciò che si è: un soldato in azione tra altri soldati.
Senza promesse o speciali garanzie, i volontari hanno trovato nella Liberazione un principio unificante di riscatto sociale, nella speranza che il mondo, anche per loro, sarebbe cambiato. Tra i tanti, citiamo il Sergente Tommy Prince (membro della Brokenhead Ojibway Nation, Manitoba), che liberò uno dei sette ponti sul Tevere permettendo l'accesso alle forze alleate, ed Henry Beaudry (Poundmaker First Nation, Saskatchewan), code talker, prigioniero dei tedeschi a Bagnacavallo, poi nello Stalag VII-A di Moosburg, in Baviera, che in una chiesa di Ravenna prende un piccolo crocifisso e lo lega alla piuma sacra che porta al collo.
Dai dettagli delle singole storie, la lotta assurge a valore comune, con un duplice significato: combattere una dittatura atroce e uscire dal nulla del confinamento imposto, oltre mezzo secolo prima, dall'Indian Act (1876). Il libro è anche un tributo al tempo ritrovato, alla dignità ricomposta di una memoria i cui pezzi mancanti sono restituiti ai discendenti. "Dopo la visita ai cimiteri - racconta Incerti in un'intervista per Radio Radicale - ho mandato una foto alle figlie di alcuni di loro, che non avevano mai visto la tomba del padre".
Almeno un altro tratto emerge dalle vite dei combattenti: la capacità di rimuovere confini. Ne abbiamo esempio in una spiritualità che è pronta ad abbracciare la religione dell'altro, in una visione del mondo che si fa azione plurale volta ad abbattere logiche divisive: non solo il fronte di una guerra lontana combattuta per scelta, ma le barriere ideologiche che hanno prodotto i "campi" per esseri umani e il genocidio. Con un'evidenza, per la quale i "pellerossa che liberarono l'Italia" pagarono con la vita: nel segno di quella stessa dignità che gli era negata in patria, per loro il confine tra uomo e uomo, semplicemente, non esisteva.
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Uscito sul numero 233 (Ottobre 2021), a pagina 2. Leggi nel PDF · Sfoglia il numero
